Moroder, Giorgio – From here to Eternity

Moroder, Giorgio – From here to Eternity

Signore e signori: Giorgio Moroder. In molti avranno sentito o letto il suo nome, date le molte molte colonne sonore realizzate e i vari cantanti prodotti, Donna Summer in primis, a cui i rockettari più puri(sti) hanno sempre fatto la guerra. Ma questo signore altoatesino, classe 1940, trapiantato in gioventù a Monaco di Baviera, oltre ad avere all’attivo dischi fin dagli anni ’60 (dalle sonorità tra il beat e la psichedelia), ha rivoluzionato il mondo della musica da ballare, genere tutt’altro che disprezzabile, specie quando gli intenti erano quelli di deliziare le orecchie con suoni piacevolmente martellanti e molto, ma molto, sensuali. Le generazioni più giovani forse non lo sapranno, ma senza il Nostro, probabilmente, non sarebbero mai esistiti personaggi come Frankie Knucles, Junior Vasquez oppure noti dj produttori “italici” come Coccoluto, Joe T. Vannelli o il sopravvalutatissimo pseudo-guru del movimento -fisicamente inteso- Tommy Vee, nonché il Mister Fishietto franco-canadese Bob Sinclair (sì, sì, quello con l’onnipresente bimbo carino nei video, oggetto di culto per pedofili; proprio lui, quello di molti spot di una famosa compagnia telefonica italiana).
Moroder ha concepito la musica disco (termine alquanto generico, superficiale e, spesso, inadeguato, per un genere sostanzialmente elettronico e sperimentale) in maniera particolare, rendendola diversa da quella prodotta negli Usa. Niente orchestre, niente cori neri, ma suoni che provenivano direttamente da potenti campionatori e sintetizzatori, con l’aggiunta, però, di strumenti tradizionali, come basso, chitarra e batteria.
Ciò che oggi dovrebbe permettere la riscoperta di Moroder è l’assoluta forza sonora- ed anche emotiva- dei brani da lui prodotti, specie quelli firmati con il suo nome (o, semplicemente, “Giorgio”). Realizzò, infatti, anche degli album, tra questi From here to eternity, che, ancora oggi, suonerebbe attuale, se non futuristico. Senza guardare la copertina con la data di produzione, lo si potrebbe immaginare realizzato pochi anni fa (o, forse, non ancora realizzabile), ma, invece, risale al 1977. Chi in quell’anno avrebbe potuto concepire un pezzo come “First hand experience in second hand love”, il più particolare dell’album per le sue sonorità apparentemente ovattate, ma esasperanti per la voluta ripetitività ritmica. La title track, invece, è capace di trascinare chi l’ascolta in un piacevole vortice sonoro senza uscita, anche se, inizialmente, la voce modificata al vocoder potrebbe apparire come un forzato artificio. “Utopia”, altro brano che si fa notare, è caratterizzato da un coro femminile che si porta avanti con toni quasi ecclesiastici, per di più angelici, gioiosi e pieni di festosità, ma che, allo stesso tempo, sembrano angoscianti e maledetti; inoltre il pezzo è accompagnato da un martellante ritmo che ricorda un po’ una lavatrice in centrifuga. Risulta un po’ datata “Too hot to handle, forse perché tutta cantata con il vocoder, ma il resto dell’album ha un impatto sonoro che segue l’andamento dei pezzi citati sopra. Si dice che Moroder si ispiri ai Kraftwerk, almeno per quanto riguarda l’approccio elettronico. Su ciò si può essere d’accordo, ma non del tutto, perché egli ebbe un atteggiamento del tutto originale con il genere da lui trattato. Purtroppo, però, ha contribuito alla nascita di molteplici suoi cloni -specie in Europa- che hanno portato la morte del genere inventato da Moroder stesso (e definito, generalmente, ma con dovute riserve Eurodisco), data la ripetitività e l’eccessiva lunghezza di molti brani, che potevano risultare noiosi e non ascoltabili se non in una discoteca dalle luci stroboscopiche. “From here to eternity”, in ogni modo, oltre a rimanere l’album più conosciuto e, forse, il meglio riuscito, di Giorgio Moroder, non lo si può soltanto catalogare come “Disco”, ma, senza dubbio, ha influenzato molta musica elettronica e ballabile dal 1977 in poi.