Motley Crue – Saints of Los Angeles

Motley Crue – Saints of Los Angeles

Si può risorgere dalle ceneri? In musica questa domanda echeggia spesso negli ambienti più influenti della critica musicale. La risposta è che spesso non c’è risposta, o meglio, tutto dipende dalla situazione peculiare che si va analizzando.

Se una band scompare dalle scene per anni, un motivo in fondo ci deve pur essere; i problemi individuali, i problemi di salute e di droga possono certamente influenzare lo stato di salute di un gruppo Rock, ma il resto lo fa l’ispirazione e la situazione specifica del mercato discografico. I Mötley Crüe sono uno di quei gruppi che hanno letteralmente sfondato negli anni ’80 conquistando il pubblico di tutto il mondo (un po’ meno la critica) a suon di Hard Rock tagliente e debosciato.

Poi qualcosa si è rotto. Il giocattolo è sfuggito di mano e la band è uscita dalle scene neanche troppo dignitosamente. Gli anni ’90 hanno rappresentato per la formazione californiana un decennio di transizione (in cui la voglia di musica si rivolgeva da qualche altra parte); logico dunque che il successo commerciale non è più stato raggiunto.

A otto anni dal mediocre “New Tattoo” (2000) arriva il nono album in studio della band capitanata da Vince Neil, un “Saints of Los Angeles” che non tradisce le attese (sia dei fan che dei detrattori). Il disco viaggia come al solito attorno ad un Hard Rock tagliente e beffardo che si prende gioco delle autorità e che non perde occasione per inneggiare alle solite muse (il trittico Donne, Alcol e Divertimento è sempre in auge).

Non mancano gli spunti interessanti (il buon intro di Face Down in the Dirt ricorda i migliori Skid Row d’annata e Saints of Los Angeles, la traccia che dà il titolo all’album, si dimostra come un pezzo ben riuscito in cui la velocità dei riff chitarristici ben si incastrano con la voce graffiante e arrogante di Neil). Si nota dunque il buono stato compositivo della band, che si diverte ancora a sfornare melodie fascinose, bagnate dal sacro fuoco dello Street Metal (la chitarra di Mick Mars viaggia decisa verso un obiettivo ben chiaro e non si perde mai in fronzoli).

I guai di questa produzione cominciano non appena il disco viene analizzato con più attenzione. Un orecchio più attento e concentrato scorgerà infatti una produzione fin troppo retrò (riconoscendo più o meno tutte le idee abusate dalla formazione californiana nel passato). Il disco alla lunga risulta dunque ben poco incline alla longevità e alla originalità ma assicura (con un certo grado di sicurezza) la spensieratezza in una serata andata non troppo bene.