Motorhead – Motorizer

Motorhead – Motorizer

Da che parte state? Dalla parte di chi vede i propri idoli musicali come delle mummie imbalsamate, oppure dalla parte di chi accetta di buon grado cambiamenti vari nello stile, nella musica e nell’atteggiamento degli stessi?

Chi scrive ha sempre ben visto le band che, con il crescere, hanno saputo mettersi in gioco, aggiungendo del sale alla propria produzione. Ecco perché abbiamo pensato di stroncare un disco come “Motorizer” dei Motorhead.

La band di Lemmy Kilmister suona da più di trent’anni la stessa musica. Ovvio (ma nemmeno tanto) che in un periodo così lungo la formazione britannica abbia rappresentato qualcosa di importante per l’Hard Rock mondiale. Il problema non è tanto il fatto di ripetere le stesse formule che tanto hanno portato fortuna in passato; i nostri dubbi nascono dal confrontarsi con un disco piatto, un disco domina in maniera incontrastata un Hard – Rock suonato a velocità folle (in pratica si tratta di un Punk più potente e devastante), condito da un gusto per la melodia pari a zero.

La voce di Lemmy si ama o si odia (così si diceva in giro qualche anno fa). Anche qui sono rari i casi in cui il vocalist offre qualcosa di differente rispetto al suo solito starnazzare (Rock Out rappresenta uno dei momenti migliori del disco, con riff interessanti e assoli taglienti come lame di un rasoio).

Buono l’episodio Hard Blues di On Short Life, un pezzo che stritola i dettami dell’antica arte Blues in un riff tanto granitico quanto piacevole e ben riuscito. Dal punto di vista degli arrangiamenti e della produzione non c’è assolutamente nulla dire. I ragazzi suonano, neanche a dirlo, in maniera impeccabile e il lavoro che ne esce mostra un sound compatto e prepotente. Peccato per quella sensazione di Déjà vu che ci accompagna costantemente fino all’ultima traccia.