Motorpsycho – The Death Defying Unicorn

I Motorpsycho non ne hanno mai abbastanza di esperimenti, cambi improvvisi di rotta e virate al limite delle sopportazione umana.
Oggi lo storico trio norvegese pubblica The Death Defying Unicorn, quindicesimo capitolo della saga, che si presenta come un mastodonte suddiviso in due capitoli.
Fra le collaborazioni alla stesura appare Staale Storløkken, mentre gli sono Trondheim Jazz Orchestra e Ola Kvernberg al violino.
Tredici tracce che partono con la fumosa intro Out Of Woods seguita da The Hollow Lands e l'arcano si dipana immediatamente.
Il nuovo percorso dei norvegesi mischia sonorità del passato, periodo Starmelt, e il presente senza perdere un grammo della loro efficacia. Aumentando a dismisura il minutaggio dei brani, i Motorpsycho si confermano personaggi scomodi, politicamente e musicalmente scorretti.
Oltre alla morte ci sono altre due certezze nella vita: i film di Clint Eastwood alla regia e i dischi della band.
Ciò che li accomuna è una certa strafottenza per gli stilemi (usurati) e una classicità dilatata che rappresenta il futuro.
Questi selvaggi e audaci esploratori di generi non hanno mai temuto il confronto con lidi diversi, alieni da situazioni comode e incapaci di fermarsi riversano tutta la loro esperienza su un disco dal respiro ampio, che osa senza nessun timore.
La sola suite di sedici minuti Through The Veil modifica il formato canzone spostando l'asse verso un ibrido che muta con il passare dei minuti diventando un acido mostro intergalattico quasi impossibile da sconfiggere.
Gli inserimenti dei fiati, ricchi di pathos, rendono il nuovo sound imponente. La simbiosi fra la sezione ritmica e l'orchestra sembra essere l'humus adatto per la crescita di neoplasie benigne che si estendono per tutta la durata del disco.
Into The Gyre parte in salsa psichedelica, apparentemente innocua, per trasformarsi in jazz-metal estremo, dannoso per le orecchie e particolarmente pernicioso per la mente di chi ascolta.
Anche Oh Proteus – A Prayer, ballata dai contorni inafferrabili, si trasforma in un incubo post industriale con suoni di lamiere sferraglianti.
Ma lo zenith dell'album arriva con La Lethe laida e malata, intarsiata di arabeschi cangianti e abbellita da un sax straziante.
Chiudono Mutiny costruita sulla struttura di STG (che fu di Blissard) e Into The Mystic simile nel giro armonico della chitarra a Grace di Jeff Buckley.
Come per ogni lavoro sperimentale, doppio e dal minutaggio corposo ci sono momenti di calo e riempitivi non meglio identificati, ma il valore complessivo dell'opera non viene minimamente intaccato.
Di certo non siamo di fronte ad operazioni fruibili o a tonfi modello Metallica/Lou Reed.
La Norvegia è fatta di ben altra pasta e tanto vi deve bastare per portarle rispetto.