Oracles – Have a Nice Trip

Il titolo di quest’album ci ha acceso un ricordo, quell “Have a nice trip” dei Die Apokalyptischen Reiter che nel lontano 2003 aveva segnato una forte maturazione per la band dedita al suo fedele folk death metal. Un netto contrasto se osserviamo il logo dei The Oracles che ci riporta dritti ai tempi del progressive rock e della psichedelia, anni in cui le immagini e le parole si dilitavano facilmente assumendo sembianze irreali.

Siamo qui su tutt’altri lidi che come in una camicia di forza restano legati al rock più intransigente pur lasciando traspirare un’arietta grunge ed il solito, non (e mai) in senso negativo, approccio ribelle ‘punkettaro’, Un sapore elettrico e moderno, fatto di rumori molto più che di parole per questa band italiana nata da poco più di due anni ed all’esordio discografico con un lavoro direttamente masterizzato negli Exchange Studios di Londra.

Dei ritmi lenti sembra offrirceli “Prisoners” ma non ce la fa, è più forte della band stessa, ed il rock suonato e sentito prende il sopravvento sprigionando un altro assolo di ottima fattura. Immediatezza: questo il punto di vista dei The Oracles sulla musica, con dei brani che oscillano tra i 2 ed i 3 minuti, essenziali, mai ripetitivi e sempre diretti, pur quando le influenze pseudo-stoner (“Not my time”) si fanno sentire ed i tessuti potrebbero farsi ben più complessi.

Ma guai a sottovalutarli: il grunge irruento dei primi minuti diviene post-grunge con “Hand in hand”, segno di un’agilità nello spaziare tra sonorità e stati d’animo diversi, capacità che permette loro di sfoderare una serie grezza di riff Rock n’ Roll non appena i funghi (“Mushroom”) si impadroniscono della scena ed il “Jukebox” si attiva. Sono questi i momenti più preziosi dell’album, variegati ma sempre al servizio di una melodia che non contrasta mai con la distorsione tipica del rock, al contrario valorizzandola.

Detto in altri termini una band dalla quale in futuro ci si potrebbe attendere di tutto.