Ovlov – Margareth Frank And The Bear

Il Rock è ruggente, devastante, trasandato e per alcuni versi inconcepibile. Difficilmente si riesce a scovare un alone di delicatezza nel rock o in ciò che si definisce tale. Gli Ovlov rappresentano l’eccezione, una band giovane che non riesce a trovare una sua categorizzazione nello svariato mondo musicale ma ciò che è bello è che basta ascoltare una decina di minuti del loro nuovo “Margareth, Frank And The Bear” per comprendere il loro desiderio di non essere incasellati in qualsivoglia cluster. Non a caso l’opener, numerica quanto atmosferica, intende solo aprire le danze e riesce a far stupire mettendo in luce le varie tonalità della cantante, una delle voci giovanili più interessante di questo periodo: a tratti Meldrum a tratti gothic rock, le bastano pochi minuti per assumere un’altra sembianza sotto il titolo “Margareth” e delle sonorità che abbracciano l’indie rock inglese, onnipresente in band dal sapore alternative.

Ecco la delicatezza. “Startup” è l’esaltazione di questa nostra impressione che per una volta si sposa egregiamente con le melodie della chitarra, cosa non molto facile per una band in cui tastiera ed altre melodie sono quasi del tutto assenti. Nessun riff deciso, nessun effetto particolare che primeggia sugli altri: un basso secco, le sei corde che strimpellano una melodia ed una voce suadente che fa il grosso della faccenda. Anche questo è rock ma soprattutto non è da tutti.
Il confine con l’indie rock è sempre molto labile e ce lo conferma la parte iniziale di “Clock” che sembra chiamare in causa direttamente i Franz Ferdinand del primo album e compagnia del genere, ma che ancora una volta non riesce a resistere per tre minuti di fila lasciando alla lacerante “Soft” l’arduo compito di assumere un timbro molto più introspettivo e serioso. Varietà, senso di distacco e… delicatezza.

E mentre “Up & Down” rappresenta il singolo per antonomasia che inquadra il sound degli Ovlov come l’incontro tra la pazzia e la metodicità grazie al suo refrain dolce ma deciso, la cupa “Frank a Mistake” incalza con il suo basso quasi stoner e la sua sperimentazione post-psichedelica non da poco, mentre la voce non può che vestire i panni di Matthew James Bellamy (Muse). Il tutto ancora una volta in tre minuti che volano come un oggetto che cade da venti metri di altezza.

Sarà pop-wave, sarà rock alternativo, sarà indie, sarà quello che volete ma a noi questo album piace davvero!