Paradise Lost – In Requiem

Paradise Lost – In Requiem

I Paradise Lost di “Icon” e “Gothic” non esistono più da tempo: dodici anni sono passati dal capolavoro assoluto “Draconian Times” ed (escluso l’ottimo “One Seconds”) i lavori della band inglese hanno dato l’impressione che il gruppo fosse ormai perso per sempre. A favorire questa linea di pensiero ha contribuito molto il cambio radicale di stile del combo, che ha scelto di percorrere le impervie vie dell’elettronica, rischiando di diventare la pantomima dei Depeche Mode.

La band, capitanata da Greg Mackintosh e Nick Holmes, ha vagato per anni in questa sorta di limbo musicale ma, già col precedente album omonimo, sembra intenzionata a tornare al sound che ha contribuito a plasmare: è ovvio che non potremo mai più pretendere da loro la “pesantezza” degli esordi, ma sono riusciti comunque riusciti a raggiungere un punto di degno compromesso con il feeling melodico delle produzioni più recenti.

La opener “Never for the damned” chiarisce subito il concetto, rispolverando le atmosfere plumbee e cupe che tanto ci hanno fatto amare i Paradise Lost. “Ash and debris” continua sulla stessa falsariga: un viaggio tra le emozioni più oscure, guidati dai riff granitici delle chitarre, dalla voce ruvida di Holmes e dai cori evocativi. È proprio nelle parole del chitarrista Greg Mackintosh che si può trovare la miglior definizione di questo ennesimo nuovo corso: “Musicalmente, si è trattato di trovare il giusto bilanciamento tra brutalità ed empatia, tra orrore e bellezza.”

Il singolo “The enemy” sancisce la definitiva rinascita della band dello Yorkshire e ci ricorda che, oltre alle chitarre ribassate, c’è anche una sezione ritmica con gli attributi. Non sono comunque tutte rose e fiori, perché nella seconda parte dell’album subentra un po’ di stanchezza: non che siano brutte canzoni, tutt’altro, è solo che sono troppo omogenee, non c’è niente che tenga alta l’attenzione (probabilmente si sarebbe avvertita anche se l’ordine delle canzoni fosse stato invertito). Il lotto si chiude con “Your own reality” e ci dà la conferma che questo è un’ottimo gothic album, ma che non ha quel quid in più che ti costringe a spingere di nuovo Play e a rituffarti nell’ascolto.