Paradiso degli Orchi – Il Paradiso degli Orchi

Il nome “Paradiso degli Orchi” ci fa pensare a molte cose, oltre al fortunato libro di Daniel Pennac (tra l’altro non il più riuscito della saga Malaussène). I quattro ragazzi che insieme hanno scelto questo nome lo traducono come un luogo estraneo alla realtà, il posto dove ogni negatività risulta assente ma al tempo stesso è non convenzionale per (anti)eccellenza, in altre parole il posto che loro vorrebbero creare (non a caso parlano di “paradiso”).

Ma è difficile capire se per loro sia solo un sogno o se con questo omonimo lavoro riescono, quantomeno in parte, a raggiungerlo, a crearlo. Si tratta comunque di un esordio e questo si sente non solo nella resa della produzione, piacevole ma molto essenziale, ma anche in alcune soluzioni adottate soprattutto circa le linee vocali ed i testi. Ciò però non è sufficiente per impedirci una lettura più approfondita e prevalentemente musicale: i quattro si destreggiano bene tra suoni e tempi molto diversi tra loro e le melodie di chitarra spesso si fondono con ritmi più articolati del rock melodico che “Where Is The Light” vuole farci credere.

In alcune situazioni le composizioni sembrano più uno sfogo che una creazione omogenea (“My Damned Mind”) e questo se da un lato ci affascina, perchè sempre di rock si sta parlando, dall’altro ci fa sfumare le aspettative che avevamo riposto sui grandi nomi a cui i quattro musicisti dichiarano di rifarsi (Yes, Genesis, Frank Zappa). Di certo non manca caparbietà ed insistenza nella proposta musicale ed anche alcune ricerche in termini di arrangiamenti ed atmosfere sono da band ben più longeve di una sorta quattro anni or sono ma, per utilizzare una metafora, una rosa chiusa è sicuramente più bella di un cespuglietto accennato ma meno affascinante di una al culmine della propria maturazione.

Simpatica “Margherita”, ha quel sapore allegro conferito dai suoi riff quasi ska che la allontana dai pezzi precedenti, quasi a costituire una nuova anima del gruppo insieme a “Sofa” ed al suo funk pazzoide: è questo il vero percorso futuro della band? Ai Primus piacerebbe ma serve molta strada.

Un pò troppo complessa ed a tratti inconcludente “Ugly Man” mentre “Panic Station” risulta davvero piacevole e ben fatta.

Un lavoro eterogeneo che può piacere a palati molto diversi tra loro con il rischio di piacere solo in parte perchè privo di una forte personalità. In conclusione c’è tempo affinchè questa rosa sbocci e noi sapremo in quale Paradiso trovarla.