Pearl Jam – Backspacer

Pearl Jam – Backspacer

Senza fronzoli. L’ultimo lavoro di quella grande band che risponde al nome di Pearl Jam, il tanto atteso “Backspacer”, ci sembra poter concorrere senza problemi per essere nominato come uno dei migliori album di questo scialbo 2009.

La formazione statunitense si conferma sui grandi livelli espressi nella sua lunga carriera, armando un disco assolutamente arrembante e devastante (le sonorità viaggiano a metà strada tra un garage rock sporco e graffiante e uno stile Punk di vecchio stampo). Si parte a grande velocità (le prime tracce del lotto sono tra le più godibili, sia dal punto di vista ritmico che compositivo). Inconfondibilmente Pearl Jam, il suono risulta essere il frutto di un lavoro decisamente minimalista e profondamente incentrato su una spinta più istintiva che ragionata. Se le sovraincisioni risultano rarissime, ancor meno utilizzate sono gli elementi di natura tecnologicamente sperimentale (il disco suona esattamente così come è stato suonato in studio, frutto di un lavoro corale ben oliato e coordinato).

Oltre alle solite doti compositive (evidenziate nelle chitarre del primo singolo The Fixer, in rotazione nelle radio da luglio) e alle solite emozioni dovute alla voce maschia e incredibilmente calda di Vedder, il disco si fa apprezzare anche e soprattutto per i suoi testi romantici e poeticamente eleganti. Un plauso particolare và dunque fatto anche nei confronti del lato romantico ed acustico della band, evidenziato nella soave e ipnotica ballata Just Breath.

Siamo nelle mani della vecchia generazione; all’orizzonte, purtroppo, non c’è band che sembra poter assestarsi su questi livelli.