PJ Harvey – Let England Shake

L'ottavo lavoro di PJ Harvey affronta in modo politico alcune questioni della vecchia Inghilterra: cattive abitudini, ansie, identità nazionali, la guerra e i soldati, dall'Iraq all'Afghanistan. Ci sono voluti più di tre anni per scrivere l'album e circa cinque settimane per registrarlo. La location, una chiesa del XIX secolo del Dorset, affacciata sul mare. “Let England shake/Weighed down with silent dead", grida PJ nella title track che apre il record dichiarando da subito l'andazzo del disco. Esprime in tutta la sua forza il disagio nei confronti della linea politica della sua patria, l'Inghilterra, così perfettamente inserita nelle logiche internazionali dello scontro armato. La vecchia Isola che racchiusa nel suo splendido isolamento continua a decidere delle sorti della nostra civiltà, disegnando le rotte da seguire, scegliendo, con un vecchio sentore imperialistico, le nuove regioni da colonizzare. Il tema della guerra percorre ed ispira tutto il lavoro per il quale la cantautrice ha affermato di aver intrapreso uno studio specifico ispirandosi, tra gli altri, anche a Thomas Stearns Eliot. Ancora più caustico è l'ottimo pezzo melodico che segue: “The Last Living Rose”. “He grey damp filthiness of ages", due minuti di tempo per descrivere passeggiate tra vicoli maleodoranti, pestaggi di ubriachi e sporcizia negli angoli. Dal sapore particolarmente cupo è “All and Everyone” il cui testo martella sulla presenza costante e inevitabile della morte (“Death was in the staring sun/ Fixing its eyes on everyone”) mentre “On Battleship Hill” dipinge un quadro agghiacciante sulla guerra in trincea che a distanza di circa ottant'anni dalla guerra mondiale si ripropone negli scenari odierni. Della stessa pasta è “The Words that Maketh Murder” che persevera nell'inquietante indagine del campo di battaglia avendo di sottofondo un rimbalzante gioco di ottoni. E se i testi comunicano tutta la crudezza e il dolore di cui la guerra e il conflitto sono portatrici, le musiche e le sonorità sono quanto meno antifrastiche. Siamo lontanissimi dalla Polly in versione rocker, angosciata e inquieta. Qui la nostra cantautrice ha cambiato veste sonora adattando la propria voce alle diverse esigenze del record, lasciando quasi che siano più le liriche ad ammaliare l'ascoltatore piuttosto che la sua conturbante figura (sarà forse un caso non averla sulla cover dell'album?). Muovendo dal richiamo battagliero, Polly si dirige verso ballate per pianoforte, verso un suono più ampio, più lento e meno tormentato. L'album è in gran parte registrato dal vivo e col supporto dei fedeli collaboratori John Parrish e Mick Harvey; ascoltandolo con cura si noteranno delle sottili inserzioni: il suono della tromba per la caccia alla volpe (“The Glorious Land”), cori fanciulleschi, fino ad un inaspettato inserimento reggae in “Written on the Forehead”. Composizioni di matrice blues, arpa ritmica e strimpellata, il contributo del sax e un pregiatissimo lavoro di supporto del basso apprezzabile in particolare in “The Glorious Land”. Tenendosi a debita distanza dello schema proprio del folk-rock che vede le canzoni intrecciarsi col suono della chitarra, Polly ordisce atmosfere acustiche che solo in rare occasioni si rifanno al lavoro del 2007, “White Chalk”. Ne risulta un lavoro inquietante con la voce di Polly che pettina immagini di distruzione e violenza, John Parish che canta un'ottava più in basso rispetto a lei (“The Dark Places”). L'andamento dell'album è piuttosto lineare, tutti coloro che si aspettano da questo lavoro un secondo White Chalk ne resteranno probabilmente delusi come non troveranno la voce ruvida e di “Down by The Water”. Chi saprà apprezzarla anche dopo questo cambio di direzione, non sarà più in grado di abbandonarla.