Placebo – Meds

Placebo – Meds

Ad ogni pubblicazione del trio semi-inglese e accattivante di Brian Molko segue sempre uno stuolo di critici ‘ipercritici’ che spiegano da anni (era il 2000 quando usciva Black Market Music) che la band dell’androgino Molko ha indiscutibilmente mostrato la coda: salvato il valore del disco d’apertura, l’omonimo Placebo, e osannato il secondo Without You I’m Nothing, perla della discografia placebiana, non c’è stato più un solo disco che facesse gridare al miracolo. Di più, per molti i Placebo sono uno di quei gruppi di ‘forma’ e privi di alcuna sostanza; di forma vaga, come lo sono la forma delle canzoni dell’ormai trentaquattrenne Brian, e la sostanza, per questa schiera, è che i Placebo rispecchiano il cliché di una retro-pop band sporcata da contaminazioni wave e delicatissimamente bagnata da gocce di profumo contraffatto dark-punk.

L’altro stuolo, dal canto suo, irride alle critiche feroci degli ipercritici e manifesta l’orgoglio d’essere molkiani mostrando come non sia vero che i Placebo siano il gruppetto mainstream alternativo da Mtv, adatto ad una platea di quattordicenni massimo ventenni, ma ribattendo che al contrario la loro suadente evocazione di atmosfere malinconiche fa presa anche su quei giovani non più di primo pelo cresciuti con la wave anni ’80, con padre Bowie e zio Smith oltre che al fratellone Morrisey. La verità sta nel mezzo: la critica pedante s’ostina a non giudicare più gli album dei Placebo per il loro effettivo valore e non perde mai l’occasione di rinfacciare il mancato cambio di rotta del gruppo, imputandogli una caduta di creatività ormai manifesta e irreversibile; l’altra metà, quella dei decantatori, ha già innalzato Molko ad icona dell’alternative non-alternative 90’s, esultando ad ogni disco come ad una trionfante vittoria ottenuta dalla fascinazione del trio capitanato dalla genialità ambigua del piccolo Brian. Detto questo giudichiamo Meds, il quinto capitolo della saga Placebo, arrivato a tre anni dall’ultimo e appannato SleepingWith Ghosts.

Il disco si preannunciava come un ritorno alle ruvidità e semplicità dei primi lavori e riesce lì dove il precedente lavoro ha fallito; la sovrapproduzione di Jim Abiss non era riuscita a mascherare le carenze d’ispirazione di Brian e soci, qui invece a trionfare non suono i suoni elettronici ma le melodie. Diciamolo a scanso d’equivoci: non siamo di fronte al disco dell’anno, ma non ci troviamo nemmeno di fronte ad un disco prodotto solo per oliare la ben avviata macchina commerciale dei Placebo. L’intro è degna dei tempi migliori, Meds, con un giro acustico molkiano che erompe in una tiratissima altalena finale impreziosita dalla partecipazione di VV dei Kills, morbidamente presente nei ritornelli. Ecco poi i soliti brani riempitivi: Infra-red e One of a kind ne sono due, seguiti dal doppione ancora più insignificante di Because i want you, il momento più basso del disco. Con Space monkey addirittura i Placebo stupiscono, costruendo uno di quei pezzi ‘malati’ che avrebbero forse voluto inserire nel precedente disco e che invece viene fuori a tre anni di distanza, con il cantato di Brian che sorprende per una, finalmente degna, nota di variazione.

Follow the cops back home e Pierrot the clown mostrano come i Placebo non abbiano ancora smarrito l’ispirazione per i lenti; il primo è una suite lieve che vuole dipingere un’amara riflessione sulla vita delle forze armate, il secondo è una ballata acustica old style perfettamente riuscita. Al centro del disco si situano Post Blue, un loop di basso e chitarra ossessivo che ridonderà per molto tempo nella testa dei vecchi fan, ovviamente lieti che Molko sappia scrivere ancora brani contorti da pogo, e Blind, una traccia minimale che azzecca però il canovaccio melodico e addirittura neanche troppo in stile Placebo (non so perché il cambio del ritornello porta alla mente suoni vagamente Him). Lecito attendersi allora il capolavoro nella collaborazione con Micheal Stipe in Broken Promise, che inizia con un giro di pianoforte confermante le aspettative ma che poi si perde nel procedere del duetto alzando troppo i toni e terminando in una sterile confusione. In the cold light of morning è un pezzo che potrebbe tranquillamente essere estratto da Sleeping With Ghosts, quantomeno però dal lato migliore del predecessore, quello delle ballate ultra-malinconiche ed evocative alla Centrefolds.

Infine la vera novità di Molko consiste nel sistemare in coda all’album il primo estratto, Song to say goodye, anch’esso troppo debitore al sound della ‘dormita coi fantasmi‘ e che non rappresenta pienamente le sonorità di Meds (in questo Brian e company non si smentiscono mai, singolo paraculo per garantirsi il milione e mezzo di fans che ha comprato il precedente lavoro). Alla fine siamo di fronte ad un disco per alcuni aspetti controverso ma per altri, bisogna dirlo, riuscito: la maturità di Molko, forse, la volontà di rientrare nell’alveo della forma canzone rudimentale, e la maggior ispirazione, anche strumentale, del trio (a parere di chi scrive Meds è il miglior lavoro dai tempi di Black Market Music) salvano i Placebo e li riparano dai dubbi su una defunta vena d’ispirazione. Appuntamento alla prossima rappresentazione della saga Molkiana.