R.E.M. – Collapse Into Now

La base di un cd in posizione verticale misura 0,9 cm. Gli R.E.M. occupano 13,5 cm su una delle mie mensole sotto la dicitura “band capaci di riempire uno stadio”, l’ordine alfabetico li pone trai Radiohead e i Rolling Stones. Giunti al quindicesimo lavoro in studio e al trentesimo anno di carriera, coi secondi condividono la longevità mentre coi primi la capacità di arrivare ad un pubblico trasversale, composto sia da quelli che conoscono Losing my religion e poche altre hits e da quelli che li hanno considerati portabandiera di una certa scena “alternative” americana degli anni 80. Diversi rumors indicano Collapse Into Now come l’ultimo e conclusivo album della discografia del gruppo. La produzione degli R.E.M. non ha mai conosciuto scivoloni imbarazzanti ed ha sempre restituito una qualità media più che accettabile con diverse punte di eccellenza. Quest’ultimo lavoro non alza la media né rappresenta un originale fuoco d’artificio che accompagna l’uscita di scena: la band di Athens ha deciso di (ri)proporre un repertorio di canzoni che suonano alla R.E.M. La riconoscibilità della voce di Micheal Stipe, i riff e gli arpeggi di Peter Buck, la discrezione e i giri di Mike Mills sono stati il marchio di artigianato musicale e la forza stessa del gruppo. Collapse Into Now presenta pezzi veloci, con chitarre distorte piene di energia e coretti epici da stadio (Discover e All the best), ma anche ballate acustiche e confidenziali (Oh my heart e Walk it Black). Il confermato produttore del precedente album Accelerate, Jacknife Lee (U2,Snow Patrol, Block Party) ha sicuramente foraggiato lo spirito radio friendly di questo lavoro ma l’ha confezionato in una scaletta scellerata “a V”: i punti più alti del disco sono all’inizio e alla fine mentre nel mezzo si registrano gli episodi meno convincenti con duetti sotto le aspettative (Eddie Vedder in It Happened Today e Peaches nella sostenuta ma forzata Alligator Aviator Autopilot Antimatter) e ballate accartocciate su se stesse incapaci di dare sfogo a urgenze espressive, (Walk it black e Every day is your to win). È vero che il disco manca di uniformità stilistica ed espressiva ma regala nelle prime tracce, singoli più che godibili come l’epica Discover, l’energica All The best e l’autoplagio di U Berlin che ricorda molto Drive. Dopo la bella ma diabetica Oh My heart con un bell’arrangiamento folk, la curva di qualità del disco vira verso la mediocrità, ma nel finale Micheal Stipe dispiega uno dei preferiti trucchi autoriali a disposizione ossia l’innata capacità di raccontare cantando con voce profonda. Prima regala l’ennesima ballad vibrante ed emotiva Me, Marlon Brandon, Marlon Brandon and I e poi ritorna ai tempi di E-Bow the Letter duettando con Patty Smith in una viscerale e profonda Blue. In un ideale commiato dal proprio pubblico gli R.E.M. lasciano declamare gli ultimi versi alla sacerdotessa del rock per poi chiudere riprendendo il giro di Discover, prima traccia del disco. Un finale circolare per un disco che chiude il cerchio intorno a un lavoro godibile per chi li ama ma che lascia un senso di incompiutezza per chi li segue con attenzione e rispetto.