Seventh Wonder – The Great Escape

Dopo un cd di enorme spessore come "Mercy Falls", tutti pensavamo che  non ci sarebbero state altre chance per la giovane band svedese, fuorchè  la fine o la consacrazione definitiva. Soprattutto dopo l'annuncio da parte del loro portavoce e bassista Andreas Blonqvist, della rischiosa scelta di includere nel prossimo nascituro,che non sarebbe stato un concept, una traccia unica di mezz'ora esatta.

Ebbene, ci si ritrova invece davanti a qualcosa di inaspettato.

Dopo questo quarto disco infatti, i SW(Seventh Wonder), nonostante non abbiano apportato alcun mutamento al loro stile compositivo, e avendo sfornato un disco decisamente adombrato dal predecessore (sotto tutti i punti di vista), rimangono a galla, senza affanni.

La qualità dei suoni con la loro sostanza sono rimaste pressochè identiche, il chè non è per forza una cosa positiva, se si considera che quelli della tastiera di Andreas Soderin costituivano uno dei pochissimi punti deboli del gruppo, considerati troppo vintage, poco dinamici e realistici.

La voce del gruppo (almeno nel disco), Tommy Karevik, si conferma a mio avviso la migliore voce del rock/metal melodico attualmente in circolazione. E' un talento naturale impossibile da ignorare anche per i non amanti del genere.

Chi si trovava aldilà del mixer dopo l'uscita di M.F. l'aveva capito bene, ma con il cambio di regia al mixaggio forse questa certezza si è trasformata in ingenuità.

Infatti, il mixing è, pur non vistosamente, lontano dal "mix perfetto" del disco precedente. Innanzitutto, il comparto ritmico di Johnny Sandin viene spesso sottovalutato nei volumi e i piatti danno la sensazione di essere finti.

Dopodichè c'è da dire che l'ugola d'oro di Karevik è fin troppo esaltata, lasciando indietro, in un disco cantato per l'80% del tempo, tutto l'humus strumentale sottostante.

Il primo a risentirne è uno dei due virtuosi del gruppo, il chitarrista Johan Liefvendahl, talentuoso ammiratore (nonchè valido sostituto) di Michael Romeo.

Oltre a una notevole perdita di spinta rispetto ai lavori passati, il suono della sua chitarra è spesso sotterrato dalla voce di Karevik e dal basso della "prima donna" della band, Andreas Blonqvist, e questo è un vero peccato.

Perchè quando non si dedica a sparate neoclassiche senza senso e attinenza, i suoi spunti sanno essere notevoli ed originali.

Il basso di Andreas è sempre sopra le righe, anzi fuori. Con il suo sei corde, fa prodezze (anche note come "sboronate") che rasentano l'impossibile, ma sono in sintonia con il resto ed alzano il livello del disco, nel complesso, e quello delle basse frequenze nelle nostre orecchie, fino all'estremo.

Si può concludere che è un album sostanzialmente sopra la media, molto melodico, appassionato, ma che non regge il paragone con Mercy Falls nè tantomeno ha corretto i difetti di quest'utltimo, aggiungendone altri. Eliminando i paragoni col passato, è doveroso dire che rimane comunque un disco poco incisivo, nonostante la lunghissima e fantascientifica The Great Escape, e spesso sono evidenti i "copia e incolla" compositivi, quanto le fin troppo vistose ispirazioni a colleghi d'oltreoceano.