Shadow Gallery – Digital Ghost

Shadow Gallery – Digital Ghost

Praticamente un anno dopo la morte del cantante Mike Baker gli Shadow Gallery regalano ai fan l'ennesima fatica. Quello che sentirete è un disco prevalentmente piacevole, ben suonato e registrato, ma che soffre di mancanza di carattere.

E' il caso quindi di alcune doverose premesse. Non bastano i cori a cappella che hanno accompagnato anche i loro lavori passati, Tyranny e Room V, a dare al disco l'originalità e un'unità di stile che peculiare. Molto spesso ci sono "tributi" fin troppo evidenti per essere ignorati.

L'opening track, With Honor, è di nove minuti, che è poco più della durata media delle 7 tracce peresenti nella versione standard di Digital Ghost. Un'inizio davvero concitato per un concept che, al solo ascolto di questa prima canzone, sembra molto vasto e sentito nei contenuti. E lo sarebbe stato se ci si fosse limitati all'ascolto di With Honor, che può essere considerata un mondo a sè con inizio e fine propri, e col debutto alla voce di Brian Ashland.

Superata questa atmosfera piacevole e surreale si rimane ben presto delusi da tracce in cui, gli Shadow Gallery pretendono di fare la parte dei cattivi, ma non riescono. Complici forse le trame già sentite intessute dalle chitarre e il missaggio pulito ma decisamente piatto che fanno sì che a parte i cori e alcuni arrangiamenti, fino a Gold Dust l'atmosfera non convince più di tanto.

Ma se finora il disco può non aver convinto troppo, quello che segue contribuirà a sollevare la sua valutazione. Perchè se sinora tutto il "già sentito" si limitava a composizioni relativamente recenti e a gruppi come Simphony X o agli ultimi Dream Theater, tutto quello che segue sembra quasi un piacevole tributo a musica che non c'è più, in chiave decisamente metal.

Partendo da una Strong, praticamente perfetta nel suo spirito Heavy Metal e Hard Rock dei tempi passati si arriva al pezzo dell'album. La title track Digital Ghost è un rispolvero tanto esplicito da essere considerato volontario, per più di 9 minuti nel meglio del progressive anni '70 di Genesis e Yes, richiamando per alcuni tratti i Dream Theater di Images & Words ed Awake.
Un vero e proprio fantasma nell'era digitale insomma.

E' Hounted, dal mistico inizio, che chiude il disco. L'atmosfera si raffredda.
Sotto gli arrangiamenti orchestrali di Gary Wehrkamp, fra la malinconia e la speranza, la preghiera e la morte, i Shadow Gallery tentano di conludere al meglio il concept. E forse ci riescono. Un buon lavoro…