Slash – Slash

Slash – Slash

di Roberto Paviglianiti

Primo album con il proprio nome scritto in grande per Slash, chitarrista che – per un periodo considerevole – si è trovato a cavalcare la cresta dell’onda, grazie alla sua leggendaria militanza negli indimenticati Guns N'Roses.

Quattordici pezzi in scaletta, affrontati in ottima compagnia, dal momento che al suo fianco, oltre al bassista Chris Chaney e al drummer Josh Freese, Slash ha chiamato a raccolta una nutrita schiera di ospiti d’eccezione: da Ozzy Osbourne a Iggy Pop, senza dimenticare Chris Cornell, Dave Grohl e molti altri.

Ognuno si è fatto trovare pronto nell’inserirsi nelle strategie dei brani, pur trattandosi di un lavoro lontano da un’idea di musica originale, frutto di un modo di operare rimasto troppo radicato nel credo di riff-strofa-ritornello che rimanda la mente al solito hard rock, buono per molti nostalgici e inguaribili feticisti del genere, ma inesorabilmente incapace di mettersi addosso un qualcosa di veramente nuovo.

Va anche detto che, malgrado tutto, alcuni passaggi non sono da trascurare. Il riferimento è alla buona intensità di un pezzo come “By the Sword”, che vede protagonista Andrew Stockdale (Wolfmother); alla verve che Chris Cornell sa infondere nella song per eccellenza dell’intero lotto (“Promise”); ai caldi paesaggi descritti da Adam Levine nell’imprendibile “Gotten”. Per il resto si consiglia l’ascolto con il dito sul tasto skip.

voto: 7.0

Di Enrico Mainero

C'è chi dice che Slash fosse la vera anima dei Guns 'n Roses. La vera fonte d'ispirazione per tutti quei classici dell'Hard Rock che un po' tutti noi abbiamo imparato ad amare nel corso degli ultimi vent'anni. Indipendentemente da come la pensiate, rimane il fatto che l'ultimo lavoro di Axl Rose, con il nome Guns 'n Roses, sia risultato tanto pigro quanto poco innovativo e discretamente deludente. Ne deriva che l'attesa per il primo album solista di Slash, chitarrista di cui sembra nessuno mai abbia scorto le palle degli occhi (coperti ad arte dai mitici riccioli neri), sia salita in orbita, catturando ad arte una discreta attenzione da parte di tutti coloro i quali hanno a cuore le sorti di un genere che il più delle volte rimane cosa per pochi intimi.

Il disco, lo diciamo subito, supera a pieno l'esame del primo ascolto, costringendo l'ascoltatore più esigente ad un'analisi più attenta. Il risultato di quest'analisi, che per lo più affonda le basi in una soddisfazione più che sufficiente, è che il riccioluto virtuoso sia riuscito a catturare in queste quattordici tracce il meglio di una tradizione che guarda indietro ai grandi del Hard Rock (senza per altro abbandonare la passione per l'innovazione e l'inventiva che da sempre contraddistinguono la sua musica).

Ecco allora che ospiti del calibro di Ozzy Osbourne (buona la malinconia che mette nella straziante Crucify the dead), Andrew Stockdale dei Wolfmother (c'è chi ha fatto registrare dipendenza da riff, per quel che riguarda la zeppeliana By the sword) e Dave Grohl (fantastica la sua performance alla batteria, nella strumentale Watch this Dave assieme all'altro ex Guns Duff McKagan) rispondono presente alla chiamata dell'amico chitarrista, offrendo un validissimo contributo per un disco davvero da non perdere.

Da citare sicuramente anche Doctor Alibi, una traccia che non ha nulla da invidiare ad un classico dei Motorhead e che infatti viene interpretato da quell'icona vivente di Lemmy Kilmeister (il brano viaggia deciso in territori già ampiamente visitati da Slash, con i Guns, in Appetite for Destruction).

Inutile citare ogni singola traccia e ogni singolo interprete: abbiamo deciso di tagliare gran parte della bozza preparata per la recensione. Il motivo? Si è pensato di riassumere le ultime righe con un lapidario comprate questo disco e godetene il ruggente e sanguigno Rock (ma anche e soprattutto il delicato e armonioso blues di alcune delle sue tracce).

voto: 8.5