Smashing Pumpkins – Zeitgeist

Smashing Pumpkins – Zeitgeist

Sono passati anni (sette, per l’esattezza) da “Machina”, l’ultimo album ufficiale ma la megalomania di Billy Corgan e dei suoi rinati Smashing Pumpkins non ha conosciuto una briciola di redenzione o si è minimamente ridimensionata. Anzi. Billy non solo torna con un disco nuovo, durissimo, oscuro e rabbioso, ma lo intitola anche “Zietgeist”, spirito del tempo, come a dire: “adesso vi spiego io come stanno le cose, altroché”.

E le cose, secondo il Dio (o Demone) delle Zucche stanno male, malissimo. Il mondo non ha mai conosciuto un momento più buio e triste, non è mai stato così pericoloso e spaventoso. E allora, lontano ancora una volta da tendenze, scuole di pensiero, generi musicali (e figurarsi: lui è abituato a crearle, certe cose, non a seguirle), i Pumpkins tirano fuori un disco che è specchio assoluto e fedelissimo di quello che oggi ci circonda, sovrasta, atterrisce. Dodici tracce scarne, svuotate quasi totalmente di qualsiasi abbellimento e qualsiasi cervellotico arrangiamento, roba a cui Billy ha da sempre attinto a piene mani, nella sua carriera. Batteria incessante, feroce, brutale. Chitarre alzate al massimo, accordi crudi, ritmi dritti e ossessivi, voci messe in secondo piano ma tuttavia incisive (a tratti però, fastidiose) e sopra a tutto, la solita maniacale ricerca timbrica che ha fatto degli Smashing Pumpkins e del suo leader il gruppo di riferimento degli anni ’90. note dense di oscurità, distorsioni elaborate ed eccezionalmente furenti, suoni che atterriscono. Lo spirito del tempo. Paura, sgomento, rabbia, poco spazio per il bello, tanto per l’inquietudine, pochi sprazzi di luce (seppur affascinanti), tantissime desolate distese di tristezza e di vuoto.

La nuova musica dei Pumpkins è la traduzione di quello che gli occhi di Corgan vedono e toccano, del fumo delle guerre che gli riempie le pupille, del potere dei media e della televisione sempre più mezzo di potere adibita a teatrino di tante, insulse comparse. La povera (?) Paris Hilton presa a modello di tutto questo sulla copertina di Tarantula, il primo singolo estratto: violentissimo pezzo hard rock che ci ripresenta un gruppo tirato a lucido, ispirato, energico. Certo, “gruppo” per modo di dire: i Pumpkins di oggi sono i soli Corgan e Jimmy Chamberlin, lo storico batterista delle Zucche. Due su quattro, insomma. Non c’è male, ma per parlare di reunion bisogna ancora aspettare che D’Arcy Wretzky si stanchi di mungere le mucche della sua fattoria nel Michigan e che James Iha faccia pace con Billy, dopo anni di silenzio. Chissà. Al momento, però, i due se la cavano benissimo anche da soli: cinque delle dodici canzoni dell’album sono prodotte da loro stessi, quattro assieme a Terry Date, tre con Roy Thomas Baker.

Risultati altalenanti, episodi più o meno riusciti, brani splendidi e brani buoni. Non c’è più la magia, c’è al suo posto tanto pragmatismo, concretezza, maturità. Doomsday Clock e 7 Shades Of Black sono una doppietta di apertura che per poco non fa saltare in aria i sub delle casse; Bleeding The Orchid riporta ai Pumpkins onirici e amanti di atmosfere liquide, diluite in suoni ancestrali; That’s The Way (My Love Is) è, assieme a Bring The Light e Neverlost, la canzone che sottolinea come a Billy appartenga una sfacciata vena Pop, la stessa che ci ha regalato, in passato, le varie Try, Try, Try e Perfect (per inciso, Bring The Light la candidiamo a papabile nuovo singolo); Starz è il primo pezzo che incontriamo inciso assieme a Baker e la bellezza abbagliante delle melodie e delle ritmiche fa un po’ a pugni con i volumi “sparati” delle voci, leggermente fuori luogo.

Si arriva alla “canzone madre” dell’album, ossia United States, evocativa ed eloquente già dal titolo. Dieci minuti di emozioni rase al suolo e falcidiate dal micidiale binomio batteria-chitarra che riempie tutto quello che c’è da riempire e rende ostico il viaggio fino alla fine, sull’onda di un testo che recita: “Non so in cosa credere / ma mi sento salvo […] che cosa mi faranno? / voglio lottare / lasciatemi abbracciare ogni forma di vita…”. Inevitabile che la seconda parte del disco si presenti attraverso toni leggermente più ammorbiditi. Dopo le già citate Bring The Light e Neverlost, che riconciliano con i volumi, arriva l’inutile (Come On) Let’s Go! che fa da ponte alla patriottica For God And Country, la cui versione acustica presentata dal vivo, al contrario di quanto accade di solito, penalizza un brano profondo e ricco di suoni estremamente studiati, su un mid tempo ben congegnato. Chiusura con la splendida Pomp And Circumstances, di vecchia scuola Smashing con melodie dolcissime, delicati intrecci gospel, a tratti epica. A dire che lo spirito del tempo è sì messo male, ma forse il sole in mezzo al mare della copertina, invece di tramontare, sta sorgendo su un giorno nuovo, più luminoso e sereno.