Stereophonics – Pull The Pin

Stereophonics – Pull The Pin

Una giusta commistione di passato remoto e passato prossimo. Così hanno interpretato il loro ultimo lavoro i gallesi Sterophonics, pionieri (o ultimi testimoni, fate voi) di un Brit Pop che non c’è più. “Pull The Pin” si mostra per quello che è. Non certo un capolavoro e non certo un disco che scoppia d’originalità, ma sicuramente un disco suonato e pensato con il cuore.

Fin dalle prime note di Soldiers Make Good Target si capisce che la band di Kelly Jones si sia concentrata nel ritrovare l’antico ardore “da strada” che aveva mostrato agli esordi, abbandonando (o meglio tralasciando in parte le ultime disavventure Pop). Anche Pass The Buck sembra venir fuori dai ’70; il suo essere sporca e cattiva (tra riff chitarristici acidi e giri di basso decisamente indomiti) ricorda certe soluzioni già abbondantemente sperimentate dagli Stones.

Se gli arrangiamenti e la produzione non fanno gridare al miracolo, altro discorso và fatto per la voce di Kelly Jones. Strano incrocio tra un Rod Stewart indiavolato e un Liam Gallagher cupo e nervoso, il nostro è decisamente l’arma in più che la band può sfoderare; non solo dunque per le sue capacità compositive (si noti la dolcezza e la malinconia che trasudano dal primo singolo Bank Holiday, una sorta di ballata astiosa in veste Pop). Una giusta commistione dicevamo. Il gruppo fonde a dovere infatti gli ardori di giovinezza con una nuova maturità (che probabilmente si acquisisce inevitabilmente sopra i trenta) che sfocia in pezzi più sofferti e malinconici come Stone (costruita attorno a dolci arpeggi e leggiadre melodie). Il miglior disco dei gallesi da qualche anno a questa parte.