Striborg – Solitude

Striborg – Solitude

Oscurità, solitudine. Il vento ulula prepotente sulle rovine. E quando anche il chiarore lunare cede il passo alle tenebre, manifestazioni di vite passate dalla foresta sussurrano: "Striborg è tornato".

Un po' fantasiosa come introduzione, ma il brano di apertura è decisamente ben riuscito, e assolve egregiamente alla funzione d'introdurci a questo nuovo progetto. "Solitude".

Dopo, il duro impatto con il resto dell'album. Molto duro.

La produzione è volutamente LO-FI, gli strumenti ridotti al minimo, (l'eclettico Sin Nanna si occupa al solito dell'intera parte strumentale e della voce) una eco sporca striscia fuori dalla caverna trascinando con sè il misantropico amore per la solitudine.

Un Black duro, grezzo, graffiante. Senza via di mezzo, amore o odio. Musica senza compromessi, è vero, ma non nella sfumatura più "Norwegian" del genere, "Solitude" è un album Ambient/Black, dalla ritmica lenta e cadenzata, più vicina al Doom, un album sicuramente evocativo, a patto di riuscire ad ascoltarlo e comprenderlo.

Se nelle interminabili ( 15 minuti ) "Solitude" e "The failure of human nature" i cavernosi suoni gutturali di Sin Nanna accompagnano l'onnipresente noise di fondo, le tracce interne nascondono l'essenza più "Ambient" dell'artista tasmano, tesa in questo caso a ricreare lo scenario tetro e inquietante che caratterizza l'intera produzione.

Un album senz'altro difficile, ruvido, angosciante. La voce che sembra provenire dalle viscere della terra, il noise elevatissimo che insiste, incessante. Un trapano puntato alla tempia.

Da ascoltare, e ascoltare di nuovo, soprattutto.