Sunset – I.H.R.

Purtroppo uno dei rischi più percorribili del progresso è il perfezionismo, l’antagonista di sempre che con il passare degli anni, dei decenni, prende le sembianze di quel nemico che dietro la porta è pronto ad assaltare. Quando nulla era detto ed i migliori brani che mente umana possano ricordare non erano stati ancora composti, la musica era un foglio bianco che attendeva la mano di impetuosi artisti per poter essere in grado di esprimere delle forti emozioni. Oggi invece, quando molto (in alcuni casi anche troppo) è stato detto, gli ascoltatori sono accomunati ai redattori dalla ricerca della perfezione, dall’attesa estenuante di qualcuno che riesca ad inventare qualcosa di innovativo, ammesso che qualcosa di nuovo esista davvero. Ciò consiste in un grave errore perchè come la quotidianità ci insegna non esiste solo il bianco ed il nero ma tantissime sfumature diverse di colori che contribuiscono a dare sapore anche agli estremi.

Questo sono i Sunset. Nessuna ambizione di voler cambiare le cose, nessuna aspirazione ad essere eletti band dell’anno, ma semplicemente quattro musicisti impegnati in ciò in cui credono davvero, anche se si tratta di qualcosa che è già stata trita e riproposta non solo dalle attuali generazioni ma anche dai vecchi padri. Rock ‘n’ roll, come ci suggerisce il primo brano dopo l’intro, impregnato di quel blues che tanto bene si abbina allo stampo hard rock ottantiano: l’ombra di Pino Scotto si nasconde dietro le note mentre Simon canta “La tua carica rock and roll mi fa perdere il self control”, ritornello di un pezzo con un unico punto debole, l’assenza di una seconda chitarra che fa suonare i riff come un pò “vuoti”.

Diverso il discorso per “Sesolosei” dove l’axeman Rot riesce ad asprimersi al meglio con arrangiamenti di ottima fattura che riescono a dare spazio anche ad un basso diversamente troppo in secondo piano. Un’altra anima che viene richiamata senza grossi giri di note è quella dello storico chitarrista degli Extreme, Nuno Bettencourt, a cui Rot si rifà per ispirazione e variazioni compositive e ciò non fa che impreziosire il valore di I.H.R..

Bella “Ombre e Nuvole”, groove quanto basta per riesumare l’aspetto più blues dei quattro con una sei corde che però graffia come una pantera in cerca di cibo, ma la vera gemma di questo lavoro è “Kimi Ga Suki Da To Sakebitai”, brano cantato in giapponese e composto con una forte attenzione verso le sonorità nipponiche. Potrebbe sembrare una scelta alla ricerca del facile successo e delle vendite ma oltre al cantato che stupisce (provate voi a cantare un pezzo in giapponese!) è la parte tecnico-compositiva che lascia a bocca aperta, degna di una band con un rilevante bagaglio “mucial-culturale”; tra l’altro suona anche come la migliore espressione di heavy metal rispetto alla restante parte dell’album.

L’Italian Heavy Rock è pronto a conquistare la scena!