Surfer Blood – Astrocoast

Surfer Blood – Astrocoast

Non starò qui a dirvi che i Surfer Blood sono la nuova next-big-thing, il futuro del rock'n roll e cazzate varie, ci hanno gia pensato tutti gli altri media ansiosi di affibiare eteichette per dimenticarsene il giorno successivo.
C'è tempo per santificare, per ora posso dire che questo ASTROCOAST è davvero un bell'esordio per questi cinque ragazzotti della Florida cresciuti a pane e new wave.
Se il termine indie significa ancora qualcosa, i Surfer Blood eseguono in maniera abbastanza originale un indie-rock volutamente sporco e LoFi con episodiche incursioni afro-caraibiche (alla Vampire Weekend per capirci), il tutto con un'attitudine pop degna dei migliori Shins.

L'iniziale "Floating vibes" spiega meglio di mille parole il Surfer Blood's sound: i Pavement con alla voce James Mercer alle prese con cover che vanno dai Dinosaur Jr fino, agli Strokes fino agli Arcade Fire. Niente male vero ? Eppure il meglio viene al secondo brano: "Swim" è il pezzo pop perfetto, quello che gli Shins non hanno più saputo scrivere dopo CHUTES TOO NARROW.
Il terzo brano, "Take it easy", denuncia invece un forte debito con i Vampire Weekend (vicino al plagio) ed anche se non originale risulta comunque divertenete e godibile.

Quando si arriva al quarto brano e le assonanze con "Neighborhood #2 (Laïka)" degli Arcade Fire si fanno a dir poco imbarazzante, mi viene il dubbio che questi ragazzotti abbiano un pò esagerato con lo scopiazzamento. Sospetto immediatamente fugato dalla successiva "Neighbour riff", breve strumentale che a parte il nome si distacca nettamente dal pathos dei canadesi per riportarci sui binari di un (pop)rock con echi surf, specialità a quanto pare dei Surfer Blood.
Stesso discorso per le perfette "Twin Peaks" e "Fast Jabroni", gemme pop dove convivono magicamente tutte le peculiarità di questa band.

Discorso a parte merita invece "Slow Jabroni", il pezzo più sporco e malato del disco, una specie di "Sister Morphine" del nuovo millennio.
"Anchorage", forse anche grazie al suo nome, trasmette il freddo glaciale che solo alcuni pezzi degli anni '80 riuscivano a fare, un pezzo che non avrebbe sfigurato nella favolosa colonna sonora di Donnie Darko. A chiudere "Catholic Pagans", il pezzo più compassato del disco, una sorta di ballata con chitarre pulite per l'occasione e un cantato più intimo e misurato.