Takka Takka – Migration

Dall’attuale scena underground di Brooklyn – sia in ambito pop, che jazz – continuano a saltar fuori realtà interessanti, tra le quali ci sentiamo di annoverare anche i Takka Takka. La band, in realtà, si era già fatta notare per i due lavori precedenti, un full lenght del 2007 (“We Feel Safer at Night”) e il successivo ep (“Talk Faster”), con i quali hanno gettato le fondamenta per il nuovo “Migration”.

Dodici le tracce in programma, prodotte dal batterista Sean Greenhalgh dei Clap Your Hands Say Yeah, certamente archiviabili sullo scaffale dell’indie rock, ma non prive di spunti di originalità. A cominciare dalla scansione ritmica joydivisiana di “Silence”, song tra le più riuscite dell’intero lotto, all’andamento che richiama in mente alcuni lavori dei migliori Talking Heads (“Everybody Say”), qualche intermezzo strumentale, diverse melodie imprevedibili e coinvolgenti (“Homebreaker”) o riflessive all’occorrenza (“Lion in the Waves”).

Brani immaginati e composti dal cantante Gabe Levine nel suo piccolo appartamento, capaci di catturare l’attenzione di chi ascolta e scomodare paragoni di rilievo.