Testament – The Formation of Damnation

Testament – The formation of damnation

Fatta esclusione per Paul Bostaph (batterista ex-Slayer) che ha preso il posto di Louie Clemente, questi sono I Testament: i nostri si ripresentano in “formazione tipo” per dare un degno successore a The Gathering, uscito nel 1999 e da molti considerato come il capolavoro della band. Rivedere ai loro posti musicisti dotati come Skolnick (allontanatosi nel 1992 per perseguire la strada del Jazz) e il bassista Christian, fa subito aumentare la salivazione non solo agli hardcore fan del trash anni ’80, ma, in generale, a tutti i seguaci del metal. Sì, perché i Testament hanno, sin dagli esordi, dato un’interpretazione personale e trasversale tra più generi del trash: inevitabile, quindi, che il fattore attesa per questo nuovo lavoro, aumenti a dismisura.
Basta il minuto e dodici secondi dell’intro “For the glory of” per apprezzare il fatto che i pezzi del puzzle ancora combaciano tutti e non ci si stupisce affatto se il primo pezzo “serio” dell’album colpisce diretto nello stomaco fino a far fuoriuscire la parola “capolavoro” dalle labbra: “More than meets the eye” è un concentrato di potenza sferzante, una cavalcata guidata dalla voce di Chuck Billy e dai cori “epici”, un inno anthemico che, di sicuro, renderà ancora meglio in sede live (come tutto l’album del resto). Proseguendo con l’ascolto, ci si accorge che i Testament ci stanno accompagnando in quello che può essere tranquillamente definito come un viaggio del tempo nel periodo del loro massimo fulgore; il ritorno alla formazione classica ha avuto, come naturale conseguenza, un riappropriarsi del sound che hanno contribuito a rendere grande: accantonate a pochi momenti le divagazioni in territori più estremizzanti e sperimentali, ecco un disco di sano e puro trash metal targato Bay Area!
Superata la titletrack (secondo me, il momento meno ispirato dell’album anche se serve a dimostrarci che Chuck Billy pare non avere risentito troppo dell’operazione per il tumore alla gola), The formation of damnation si assesta su buoni livelli, graziato da un’ottima produzione e da un Paul Bostaph che esprime tutto il suo potenziale dietro le pelli, mostrandosi, alla fine, un notevole valore aggiunto (d’altronde di trash ne sa qualcosa, lui, visto che ha militato in band quali Slayer ed Exodus). I Testament non concedono un secondo di respiro (che questo sia un pregio o un difetto, sta a voi deciderlo), regalandoci perle del calibro di Henchmen Ride e F.E.A.R., dimostrando che quando i grandi vecchi (cari Metallica, vedete di prendere d’esempio) parlano, alle nuove leve non resta che stare ad ascoltare.
A “Leave me forever” spetta l’arduo compito di chiudere l’album e lo assolve alla grande! Non ci si aspetta di certo di trovare il pezzo migliore in chiusura ma, in questo caso e secondo me, è esattamente quello che succede; mentre gli altri pezzi hanno il pregio di rimanere subito incollati al cervello e di puntare sulle “parti scoperte”, “Leave me forever” è meno immediata, ma più varia e coraggiosa (chissà se avessero osato di più per tutto l’album come sarebbe andata a finire): il suo ondeggiare tra parti tirate ed altre più lente convince in pieno, anche perché permette di apprezzare al meglio il lavoro di Skolnick, messo leggermente in ombra dalla potenza devastante della sezione ritmica dei tellurici Bostaph-Christian.