Time Machine – Eternity Ends

Time Machine – Eternity Ends

Time Machine: altra realtà nazionale che è riuscita, seppur con difficoltà, a far emergere il proprio semplice e convenzionale nome (chi non ricorda l’omonimo capolavoro di Joe Satriani?!) nell’affollata scena nostrana grazie ad album di un certo livello.

I frenetici e tumultuosi cambi di line-up avvenuti negli anni, hanno mosso la band dalle radici profondamente hard rock/heavy/prog metal verso una conferma dello loro status quo senza però congelare le intenzioni future di quest’album scritto e pubblicato alle soglie del nuovo millennio. “Eternity Ends” ha infatti confermato l’anima prog dei 5 artisti già rimarcata notevolmente dall’impattante esordio “Act II: Galileo” ma pur non risultando un punto di arrivo nell’evoluzione del sound.

L’apertura dell’opera potrebbe tirarci in inganno: un arpeggio di doppia chitarra che ci riconsegna alle angosciose sei corde di “Battery” ed altre songs che i Four Horsement ci hanno iniettato nella pelle, ma poi si svela la vera anima. È agevole intuire infatti che i Time Machine del ’98 cercano di reinterpretare tutti gli insegnamenti e le emozioni (su quest’ultima ci riescono in parte) che gli straordinari Queensryche ci hanno trasmesso nel tempo, puntando a collocare il loro sound nel preciso mezzo tra “Rage For Order” e “Promise Land” ma in realtà riuscendo ad arraffare molto più dalla semplicità di “Empire” che dal complessissimo “Promise Land”. Insomma un prog molto più heavy che metal, pronto a cambiare muta ad ogni immersione trattando temi tanto religiosi quanto sociali.

Questo già compare lampante dalla successiva “The Subversive Nazarene”, calda, emotiva a tratti sensibile e devota nei confronti del Sommo a conferma della sua immensità. L’album come si suol dire scorre con piacevolezza, ma una nota (obbligatoria anche per il confronto scontato e tra l’altro ricercato dai nostri) è doverosa: sicuramente il punto dolente della band non risulta la tecnica che al contrario in copiose dosi si spiega lungo tutte le tracce con divagazioni anche fuori tema (il flamenco è solo un esempio) ma la personalità del vocalist Nick Fortezza che non riesce ad emergere oltre la linearità delle melodie. Di certo il benchmark è rappresentato da Geoff Tate, assolutamente inarrivabile nel trasformare le note in emozioni soavi e brividi forti, ma con Nick sembra di fare un salto indietro nel tempo alla figura di Charlie Dominici (della prima uscita discografica dei famigerati Dream Theater): ottima qualità canora ma debolezza in fase interpretativa, quel quid che trasforma un singer in un artista a tutto tondo.

Così anche “I Believe Again”, che vanta una collaborazione niente meno che con Andre Matos (stravolgente cantante degli Angra, la collaborazione risale ai tempi in cui questi ultimi militavano nella Lucretia Records), risente di questa debolezza e finisce per sprofondare nei meandri del dimenticatoio.

Le idee comunque non mancano e ciò lo confermano la buona “Hidden Pain”, la convincente simbiosi tra keyboards e guitars in “Desert Of Souls”, gli spazi chitarristici in “Sphynx” e di sicuro la più decisa “Pilatus” (anche se finisce per richiamare tessuti musicali già espressi in “The Subversive Nazarene”), ma probabilmente manca la valvola di sfogo giusta per alzare i livelli qualitativi globali o quanto meno per aggiungere più mordente all’uscita.

Un peccato non avere più notizie dei Time Machine…chissà quale sarebbe il loro stadio evolutivo ad oggi.