U2 – No Line on the Horizon

U2 – No Line on the Horizon

Troppo spesso si tende ad affondare colpi sotto la cintura a gruppi un tantino avanti con gli anni (ma che nel corso del tempo hanno dimostrato di saper scrivere la storia della musica). Gruppi che invecchiando non hanno saputo replicare i fasti di una gioventù che vola via inesorabile.

Il fan ha il diritto inalienabile di crescere, maturare e mutare (in fatto di gusti musicali); i gruppi e gli artisti no. Sembra infatti che un gruppo debba essere per forza ancorato ad un concetto di sé che lo ritrae giovane, forte e arzillo (sempre discograficamente parlando). Da tutto ciò nasce un ostracismo quasi imbarazzante da parte di critica e pubblico nei confronti di una band che un tempo ritraeva l'anima ribelle che è in noi e che oggi al massimo si concede ai microfoni delle emittenti più In, troppo lontana dalla strada e dal sacro fuoco del rock.

Gli U2 rappresentano al meglio l'esempio del gruppo che parte in sordina, mettendosi quasi a capo di un movimento socio-politico di contestazione, e che arriva, dopo quasi tre decenni di successi, a cavalcare un'onda mediatica che molti definiscono stucchevole e malevola per la riuscita sonora degli ultimi dischi

Il guaio è che le persone crescono e mutano. Si potrebbe parlare per ore del cambiamento che la formazione irlandese ha attraversato negli ultimi anni, mutamenti che hanno coinvolto sperimentazioni varie, successi e insuccessi (si vedano soprattutto gli ultimi due dischi, troppo orientati alla riuscita radiofonica per coinvolgere a pieno un attento ascoltatore).

Dobbiamo confessare che di fronte al singolo (ma soprattutto visto il video) che ha aperto le danze al ritorno della band più famosa d'Irlanda, abbiamo pensato si trattasse del solito disco di plastica che negli anni 2000 ha di fatto incrinato la credibilità degli U2. Invece, ascoltando attentamente “No Line on The Horizon” siamo rimasti piacevolmente stupiti. Tanto Get on your boots riecheggia stantia e ripetitiva, senza mettere sul piatto un briciolo di originalità, tanto il resto del lotto pare ben saldo e ben congegnato, sviluppando un'idea ben precisa: tornare alle origini senza tralasciare le ultime sterzate dal sapore elettro-rock.

I testi di Bono tornano a tingersi di una poetica che viaggia tra l'impegno socio-politico e l'intimo dramma dell'animo umano, accompagnati da tracce solari (No line on the Horizon apre il disco con un Rock luminoso che abbraccia i sensi). Il tintinnio classico della chitarra di The Edge continua a dipingere ottimi momenti di musica, scolpendo brani degni della grande tradizione della band. Su tutti la cupa Moment of Surrender (da tanto non udivamo un Bono così ispirato) e Breathe (in cui le chitarre si infiammano accompagnate da una sezione ritmica davvero indiavolata).

Non siamo di fronte ad un nuovo “The Joshua Tree” sia ben chiaro. Ma questo lavoro ci restituisce una band in grado di scrivere ancora pezzi ispirati, contrassegnati da melodie dal sapore agro-dolci e da un'atmosfera unica. Il tocco di Brian Eno, Danny Lanois e Steve Lillywhite (il trio ha diretto le danze dalla cabina di regia) si sente eccome. Questi tre guru della musica mondiale hanno rivestito il disco con un sound pieno e saturo di elementi apparentemente lontani tra loro, donando linfa vitale ad un dinosauro del rock che sembrava quasi estinto.