Verve – Forth

The Verve – Forth

I Verve deludono. Meglio levarsi il dente e dire subito le cose come stanno. Non si aspetta undici lunghi anni per ascoltare un disco che rientra nei canoni. Chi scrive fu molto colpito dalla notizia che riguardava la reunion di questa band. In effetti si trattava (e si tratta) di una di quelle di quelle formazioni che ha fatto la storia del Rock made in U.K (negli anni ’90).

Album come "A Northern Soul" o “Urban Hymns” hanno lasciato un segno indelebile nelle generazioni che a metà dello scorso decennio si avvicinavano per la prima volta alla musica. Strascichi di quel Rock poetico e dal sapore onirico si rintracciano infatti continuamente nei brani che caratterizzano la nuova ondata di Brit – Pop che sta invadendo la scena in questi ultimi anni.

Dopo il successo mondiale di "Urban Hymns” tuttavia, qualcosa si incrinò e i nostri presero strade separate. Richard Ashcroft, voce e principale autore dei pezzi della formazione inglese, si dedicò ad una carriera solista dalle tinte chiaro – scure. Tre album che hanno solcato buone strade compositive ma che non si sono distinti a pieno tra il mare delle offerte che l’Inghilterra come al solito propone copiosa.

Ora i Verve tornano in pista; i membri sono quelli di una volta (Richard Ashcroft alla voce, Nick McCabe alla chitarra, Simon Jones al basso e Peter Salisbury alla batteria) e il pubblico giustamente spera in qualcosa di memorabile. Invece “Forth”, questo il titolo scelto per il gran ritorno, è un disco “normale” (questo forse il suo più grande difetto). Un lavoro costruito attorno a suoni acidi, diluiti in pezzi pieni zeppi di lungaggini che non si addicono alla vena creativa e gustosamente immediata che gli ex ragazzi ci avevano abituato a sfornare.

Dunque niente ballate confortanti e delicate, nessun riferimento alle melodie fascinose di "Urban Hymns” nè tantomeno riferimenti concreti alla timida psichedelia che i Verve cavalcavano ad inizio carriera. “Forth” risulta allora un ibrido che affascina (più o meno) per i colori tetri e desolati che ci propina (Sit and Wonder viaggia in questo senso in un territorio onirico in cui un Rock velenoso si lega perfettamente alla splendida voce nasale di Richard Ashcroft).

Il singolo scelto per il ritorno in Radio dopo più di una decade è Love is Noise, una deliziosa filastrocca (l’unica in cui si scorge la volontà della band di affascinare il suo vecchio pubblico) in cui tuttavia campeggia fiero un loop di dubbio gusto in cui la band sembra scimmiottare le famose risa di giubilo di Mc Cartney in Tomorrow Never Knows.

Il resto d’altronde si spiega da solo: chi scrive si aspettava un disco più vivace, un lavoro che spingesse il Rock verso le nuove tecnologie del XXI secolo (come hanno fatto in maniera magistrale i Coldplay con la loro ultima fatica) e che ci trainasse nelle solite sonorità solari e confortanti che la voce di Mr Ashcroft sa infondere ai pezzi da lui interpretati. Invece siamo qui a discutere di un disco che non decolla mai, nemmeno dopo svariati ascolti. Un disco troppo chiuso e poco disposto al confronto con quanto di buono l’Inghilterra ha proposto di recente. Si spera solamente che i Verve stessi si accorgano di non potersi permettere di rivestire un ruolo marginale nell’odierna scena Rock e che si affrettino a ritrovare la loro solita vena geniale.