Young, Roy – Memphis

Young, Roy – Memphis

Tra i poteri della musica c’è quello di portarti fuori dal tempo e la storia di questo disco è appunto roba d’altri tempi. Una di quelle storie che avvicina la parola musica ad altre quali la passione, l’amore, la coerenza e il talento, niente a che vedere con l’odierno mercato discografico.

Eppure “MEMPHIS”, sebbene sia nato come idea circa 10 anni fa nella testa dei fratelli Frankel, è datato Ottobre 2007 per l’inconsueta etichetta TommyBoy, dedita si alla musica nera, ma sul versante Hip hop. Già perché Roy Young è un cantante nero nato nel 1949 in Giamaica, la sua musica è il soul ed i suoi padrini sono Otis Redding, Solomon Burke, Al Green e Sam Cooke su tutti. Particolari congiunzioni astrali hanno voluto che Roy, dopo aver suonato dall’età di 20 anni in mezzo mondo, abbia dovuto incontrare due giovani fratelli bianchi per esordire materialmente nel mondo discografico.

A questo magico debutto hanno voluto partecipare molte grandi personalità della storia del soul, ed è così che a scrivere gli arrangiamenti per fiati ed archi di quasi tutte le canzoni è il leggendario Gil Askey (Curtis Mayfield, Diana Ross, Temptations),alla chitarra troviamo il guitar genius Jack Jones e come produttore Willie Michell (Al Green). “MEMPHIS” potrebbe essere definito tranquillamente un capolavoro, se non fosse per alcuni episodi ( Half Past July, The Age of sadness ) in cui è palese che i fratelli Frankel hanno calcato la mano, puntando verso un modaiolo e ibrido Hip hop/R&B che non fa altro che rendere meno efficace la splendida voce di Roy.

L’iniziale “Don’t call it love” ci dice chiaro e tondo che abbiamo a che fare con un fuoriclasse, con uno capace ancora di creare capolavori senza tempo. Se ancora non siete convinti ascoltate cos’è capace di fare Mr Young con la gia perfetta “Everybody hurts” di Stipe e soci, sarebbe stato sufficiente non rovinare una canzone quasi sacra ma Roy fa molto di più, le dona un’anima nera facendone un classico di stampo Motown. “Turn right at midnight” è la traccia che racchiude in se l’intera anima del disco, nella voce sofferta di Roy leggiamo tutta la sua storia, dalla nascita in una baracca senza acqua ne energia elettrica, fino alle registrazione nello studio di Memphis. A chiudere l’intera opera è “Bring in the dawn”, poche note di pianoforte e la voce di Roy a confermare che per creare magia non serve altro, basta l’anima.